
La farina italiana conquista gli USA: export +14,8% e America primo mercato
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Nel primo semestre 2026 le farine di grano tenero italiane sono cresciute del 38% negli Stati Uniti, con un dazio del 15% in vigore. Cosa comprano davvero gli americani, e perché il grano non è il punto.
Duecentoduemila tonnellate in sei mesi. È il volume di farina di grano tenero che i molini italiani hanno spedito all’estero tra gennaio e giugno 2026: il 14,83% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Il dato arriva da Italmopa, l’associazione dei mugnai industriali, su base ISTAT. La notizia dentro la notizia sta nella classifica dei mercati. Gli Stati Uniti hanno superato la Francia e sono diventati la prima destinazione dell’export di farina italiana, con un salto del 38,42% in un semestre. Il tutto con un dazio del 15% in vigore dall’agosto 2025. Se il ritmo regge, a fine anno le 400 mila tonnellate sono a portata di mano.
| In breve Export di farina di grano tenero: 202.654 tonnellate nel primo semestre 2026 (+14,83%). Gli USA sono il primo mercato (+38,42%), davanti a Francia (+9,22%), Germania (+11,11%) e Spagna (+23,1%). Il 2025 si era chiuso a circa 362 mila tonnellate (+10,1%). Il dazio USA del 15% è in vigore dal 1° agosto 2025 e non ha frenato le spedizioni. La leva non è il grano, che l’Italia in parte importa, ma il mestiere di macinare e miscelare. |
Export di farina italiana: i numeri del semestre, uno per uno
Partiamo dalla base. Nel 2025 le esportazioni di farine di frumento tenero avevano raggiunto circa 362 mila tonnellate, il 10,1% in più rispetto al 2024; le semole di grano duro si erano fermate a 142 mila tonnellate (+7,7%). La classifica dei Paesi acquirenti, l’anno scorso, vedeva la Francia al primo posto, seguita da Stati Uniti, Germania, Spagna e Regno Unito.
Nei primi sei mesi del 2026 il quadro cambia. Le 202.654 tonnellate spedite valgono un +14,83%, e gli Stati Uniti mettono la freccia: +38,42% sul semestre 2025. Francia, Germania e Spagna crescono anche loro, ma a passo più lento. Italmopa proietta la chiusura d’anno verso le 400 mila tonnellate: sarebbe più del doppio dei volumi di sette anni fa, quando l’intero export si fermava intorno alle 180 mila tonnellate e gli USA erano già il primo cliente con poco più di 15 mila.
La tendenza ha radici lunghe. Secondo l’associazione dei mugnai, le spedizioni di farine e semole verso gli Stati Uniti erano cresciute del 24% nel 2024 e del 135% nell’arco di dieci anni. Il semestre 2026, quindi, non è un picco isolato: è la continuazione di una curva che sale da un decennio.
| Indicatore | Dato | Periodo / fonte |
| Export farine di frumento tenero | 202.654 t (+14,83%) | Gen–giu 2026, Italmopa su ISTAT |
| Primo mercato | Stati Uniti, +38,42% | Gen–giu 2026, Italmopa |
| Altri mercati principali | Francia +9,22%, Germania +11,11%, Spagna +23,1% | Gen–giu 2026, Italmopa |
| Proiezione fine anno | Circa 400.000 t | Italmopa, settembre 2026 |
| Export 2025 (consuntivo) | Farine ~362.000 t (+10,1%); semole ~142.000 t (+7,7%) | Italmopa su ISTAT, marzo 2026 |
| Crescita export verso USA | +24% nel 2024; +135% in dieci anni | Italmopa, luglio 2025 |
| Produzione farine di tenero in Italia | 4,414 milioni di t (+2,6%) | Anno 2025, Assemblea Italmopa |
| Fatturato industria molitoria | 4,73 miliardi di euro (+0,5%) | Anno 2025, Assemblea Italmopa |
| Dipendenza dall’import di grano | ~30% del fabbisogno di tenero; ~60% del duro | Italmopa, giugno 2026 |
Tabella 1 – L’export di farina italiana in cifre. Elaborazione ProduttoriTop Magazine su dati Italmopa/ISTAT.
Perché gli americani comprano farina italiana (e non il grano)
Qui sta il punto che sfugge a chi legge solo il titolo. Gli Stati Uniti sono tra i maggiori produttori ed esportatori di frumento al mondo. Non hanno bisogno di grano. Comprano un’altra cosa: il risultato della macinazione.
Italmopa lo dice senza giri di parole. Le leve del successo sono la selezione dei grani migliori “quale che sia la loro origine”, il know-how di macinazione e la capacità di rispondere a segmenti premium, dalla pizzeria alla pasticceria di alta gamma. Tradotto: un pizzaiolo di Brooklyn che lavora la napoletana vuole una farina 00 con una forza, un assorbimento e una costanza di lotto che conosce a memoria. E quel sacco lo compra da un molino italiano, non da un elevatore del Kansas.
C’è un paradosso che vale la pena guardare da vicino. L’Italia importa circa il 30% del frumento tenero che trasforma. Nel 2024, secondo l’associazione dei mugnai, circa mezzo milione di tonnellate di grano pregiato è arrivato proprio dagli Stati Uniti. Parte di quel grano attraversa l’Atlantico, viene miscelato e macinato in Italia, e torna indietro come farina. Il valore aggiunto sta nel mezzo: nella ricetta della miscela, nel diagramma di macinazione, nel controllo analitico. È un mestiere, non una materia prima.
Un tassello in più lo mette il programma Pure Flour from Europe, cofinanziato dall’Unione Europea e gestito da Italmopa, che promuove farine e semole biologiche italiane negli USA e in Canada. Nel 2023 l’export italiano di sfarinati biologici verso gli Stati Uniti valeva poco più di 4 milioni di euro: cifre piccole, ma in un segmento dove il consumatore americano paga volentieri il sovrapprezzo.
Il dazio del 15%: come si è arrivati qui
Facciamo un passo indietro, all’estate 2025. A luglio l’amministrazione statunitense minacciava dazi del 30% sui prodotti europei dal 1° agosto, farine comprese. Italmopa parlava di un colpo diretto sulle farine e indiretto su pane, pizza e dolci che le contengono. Il 27 luglio è arrivato l’accordo politico tra Ursula von der Leyen e Donald Trump: un tetto onnicomprensivo del 15%, che assorbe la tariffa preesistente invece di sommarsi. In vigore dal 1° agosto 2025, confermato dalla dichiarazione congiunta del 21 agosto.
Alla pasta è andata peggio. Il Dipartimento del Commercio USA ha aperto un procedimento antidumping con un dazio aggiuntivo del 91,74% per alcuni produttori, e nel primo trimestre 2026 l’export di pasta italiana verso gli Stati Uniti è sceso del 12%. Le farine, nello stesso periodo, hanno fatto +38%.
Perché due destini così diversi? Una lettura ragionevole, che segnalo come deduzione e non come dato Italmopa, è questa: la farina è un ingrediente professionale. Un dazio del 15% su un sacco da 25 chili sposta di pochi centesimi il costo di una pizza venduta a 20 dollari. Chi ha costruito il proprio marchio sulla farina italiana non cambia fornitore per quella cifra. La pasta, invece, è un prodotto finito che sullo scaffale compete con marchi locali, e lì ogni punto percentuale pesa.
| Falso mito | Cosa dicono i dati |
| “Farina italiana vuol dire grano italiano” | L’Italia importa circa il 30% del frumento tenero che macina. Italmopa parla di grani selezionati “quale che sia la loro origine”. Per le farine confezionate l’origine del grano in etichetta è volontaria. |
| “Il dazio del 15% ha bloccato l’export” | Nel primo semestre 2026, con il dazio in vigore, le farine italiane negli USA sono cresciute del 38,42%. |
| “Gli USA comprano farina italiana perché costa meno” | Gli Stati Uniti sono tra i maggiori produttori mondiali di grano. Comprano segmenti premium (pizzeria, pasticceria), non commodity. |
| “La 00 è la farina migliore” | Il tipo (00, 0, 1, 2, integrale) indica il grado di raffinazione tramite le ceneri, non la qualità. La forza (W) e le proteine sono un altro parametro. |
| “Export record, mugnai ricchi” | Il fatturato del comparto nel 2025 è salito solo dello 0,5%. Volumi in crescita, margini stretti, prezzi del grano bassi. |
Tabella 2 – Falsi miti e realtà sulla farina italiana all’estero. Elaborazione ProduttoriTop Magazine su dati Italmopa e DPR 187/2001.
| Lo sapevi? La sigla 00 non esiste negli Stati Uniti. È una classificazione italiana, fissata dal DPR 187/2001: la farina tipo 00 può contenere al massimo lo 0,55% di ceneri (la parte minerale che resta bruciando un campione), la tipo 0 lo 0,65%, la tipo 1 lo 0,80%, la tipo 2 lo 0,95%, l’integrale tra 1,30% e 1,70%. Gli americani classificano le farine per contenuto proteico (all-purpose, bread flour). Il termine “doppio zero” lo hanno imparato dalla pizza napoletana, ed è diventato un marchio di fatto senza che nessuno lo abbia mai registrato. |
Cosa cambia per chi coltiva grano in Italia
Il successo è dell’industria molitoria: sono i molini a vendere, a innovare, a girare il mondo con i campioni. Per l’agricoltore italiano il beneficio è più indiretto, e va detto con onestà.
La campagna 2026 del frumento tenero, secondo Italmopa, ha registrato volumi in aumento e qualità soddisfacente. Ma il presidente dell’associazione, Vincenzo Martinelli, all’assemblea di giugno ha ribadito che le importazioni restano necessarie per garantire quantità e qualità, e che la sola leva per migliorare la redditività dell’intera filiera è la valorizzazione dei grani di alta qualità. Detto in termini pratici: un grano di forza, con proteine alte e stabili, trova un compratore disposto a pagare un premio. Un grano generico compete con quello che arriva via nave, e perde.
La domanda americana di farine premium, quindi, è un’occasione per chi coltiva varietà panificabili superiori e le conferisce con contratti che prevedano premialità su proteine e peso ettolitrico. Non per chi semina e aspetta il prezzo del giorno.
La soluzione: origine dichiarata e filiera che si può verificare
L’export vola, e va bene così. Ma il lettore italiano che compra un chilo di farina al supermercato ha diritto a sapere cosa c’è dentro. Tre azioni concrete, una per anello della filiera.
- Per i molini: dichiarare in modo volontario l’origine delle miscele, come alcuni già fanno con la dicitura “grano 100% italiano” o con l’elenco dei Paesi. Non è un obbligo per le farine, ed è proprio per questo che chi lo fa si distingue.
- Per gli agricoltori: entrare in contratti di filiera pluriennali con parametri di qualità scritti (proteine, W, micotossine) e premi legati al risultato, invece del conferimento spot.
- Per chi compra: leggere il tipo di farina in etichetta e, quando c’è, l’origine del grano. E preferire chi rende verificabile il lotto.
È il terreno su cui lavora il progetto ProduttoriTop: una classificazione dei produttori basata su criteri verificabili di tracciabilità, con QR code che riportano lotto, origine e passaggi della filiera. Un piccolo molino a pietra dell’Appennino che macina grano del proprio territorio e lo dimostra ha, in questo sistema, lo stesso peso di un gruppo che spedisce mille container. La trasparenza non dipende dalle dimensioni. E il consumatore, americano o italiano, alla fine premia chi gliela offre.
Il grano viaggia, il mestiere resta
La farina italiana sta vincendo negli Stati Uniti per una ragione semplice: i molini italiani sanno fare una cosa che altri non fanno allo stesso modo, e i professionisti americani lo hanno capito prima dei consumatori. Il dazio del 15% non ha cambiato la storia, il 91,74% sulla pasta sì. La prossima verifica è a marzo 2027, quando ISTAT chiuderà il 2026: se le 400 mila tonnellate arrivano, il decennio della farina italiana all’estero sarà più che triplicato. Sarebbe il momento giusto per chiedere ai molini di raccontare, sacco per sacco, da dove viene il grano.
Domande frequenti
Quanta farina esporta l’Italia negli Stati Uniti?
Italmopa non ha diffuso il volume assoluto del semestre 2026 verso gli USA, ma solo la crescita: +38,42% rispetto al primo semestre 2025. Il totale export di farine di tenero è di 202.654 tonnellate. Nel 2025 gli Stati Uniti erano il secondo mercato dopo la Francia.
Il dazio USA sulla farina italiana è del 15%?
Sì. Dal 1° agosto 2025 gli Stati Uniti applicano un tetto onnicomprensivo del 15% alla gran parte dei prodotti europei, farine incluse, in base all’accordo UE-USA del 27 luglio 2025. La tariffa assorbe il dazio precedente e non si somma.
La farina italiana è fatta con grano italiano?
Non necessariamente. L’Italia importa circa il 30% del frumento tenero che macina. Il valore della farina italiana sta nella selezione, nella miscela e nella macinazione. L’origine del grano in etichetta è volontaria per le farine confezionate.
Cosa significa farina tipo 00?
È il grado di raffinazione più alto previsto dal DPR 187/2001, con ceneri fino allo 0,55% e proteine minime del 9%. Non indica la qualità né la forza (W): una 00 può essere debole o molto forte a seconda del grano usato.
Perché la pasta italiana negli USA cala e la farina cresce?
Sulla pasta pesa un procedimento antidumping con dazio aggiuntivo del 91,74% per alcuni produttori; nel primo trimestre 2026 l’export di pasta verso gli USA è sceso del 12%. Sulla farina vale solo il 15% generale, e il prodotto è un ingrediente professionale meno sensibile al prezzo.
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Fonti
- Italmopa – Associazione Industriali Mugnai d’Italia, comunicato “Ancora positivo il trend dell’export di farine di frumento tenero”, 21–22 settembre 2026, su dati ISTAT (ripreso da askanews, Italian Food Today, Agricultura.it).
- Italmopa, commento ai dati ISTAT sul commercio estero 2025 di farine e semole, 12 marzo 2026 (Agricultura.it, HorecaNews).
- Italmopa, Assemblea Generale annuale, Roma, 12 giugno 2026: produzione farine, fatturato del comparto, dipendenza dall’import (Alimentando, HorecaNews).
- Italmopa, nota sul rischio dazi al 30% e sull’import di grano dagli USA, luglio 2025 (Il Sole 24 Ore, Gaeta.it, CircoloB2B).
- Italmopa, programma “Pure Flour from Europe”, dati Sinab e UN Comtrade sull’export di sfarinati biologici 2023 (Alimenti News, novembre 2024).
- Italmopa, dati export farine 2018 (Foodcommunity, maggio 2019).
- Commissione europea / Stati Uniti, dichiarazione congiunta sull’accordo commerciale, 21 agosto 2025 (AGI, ItaliaOggi, Quotidiano Più).
- Scatti di Gusto, procedimento antidumping USA sulla pasta italiana, dazio aggiuntivo 91,74% (autunno 2025).
- DPR 9 febbraio 2001, n. 187 – Regolamento per la revisione della normativa sulla produzione e commercializzazione di sfarinati e paste alimentari.
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