
Made in Italy in crisi di lavoro: 900mila posti entro il 2029
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Le imprese-simbolo dell’Italia cercano un terzo della forza lavoro complessiva del Paese. Ma più di un profilo su due non si trova. E intanto gli artigiani spariscono.
C’è un paradosso che attraversa l’economia italiana e che, sotto la superficie, racconta una storia complicata. Mentre l’export Made in Italy chiude il 2025 a 643 miliardi di euro con un nuovo record, le aziende delle filiere d’eccellenza non riescono a trovare chi quei prodotti li sa fabbricare. Tra il 2026 e il 2029 serviranno 900mila lavoratori nei comparti che hanno reso celebre il marchio Italia nel mondo. Un terzo dell’intero fabbisogno occupazionale nazionale. Eppure, più della metà di quei profili, oggi, sul mercato non c’è. È la crisi silenziosa dell’occupazione Made in Italy, e tocca chi mangia, veste e arreda con prodotti tricolore.
Il fabbisogno dei prossimi quattro anni
I numeri vengono dal Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro, presentati a Roma il 6 maggio 2026 durante la Giornata nazionale del Made in Italy. La fotografia è ruvida: nei prossimi quattro anni le filiere simbolo del Paese potranno generare oltre 900mila assunzioni, pari a circa il 33% del totale delle nuove entrate previste nel mercato del lavoro italiano. Riguarda meccatronica, agroalimentare, legno e arredo, moda, più commercio e turismo. La voce comune che arriva dalle imprese è una sola: difficoltà di reperimento al 55% per molti profili. Significa che oltre un’assunzione su due rischia di restare scoperta.
Andrea Prete, presidente di Unioncamere, lo ha messo nero su bianco: “I settori cardine del Made in Italy non sono una eredità culturale ma un sistema in evoluzione. Per sostenere questa trasformazione la prima risorsa, la più importante, sono le persone e le competenze professionali”.
I mestieri più richiesti, settore per settore
Non tutte le filiere chiedono le stesse cose. La meccatronica e la robotica, in piena spinta verso l’Industria 4.0, vogliono profili meccanico-digitali: tecnici della manutenzione, automation engineer, esperti di controllo numerico. Il comparto agroalimentare, secondo motore dell’export tricolore, cerca soprattutto chi sappia maneggiare tracciabilità, sostenibilità e digitalizzazione di filiera. Il legno-arredo, fiore all’occhiello del design italiano, punta su competenze green e sui nuovi materiali. La moda continua a richiedere mani esperte, cucitrici, modelliste, conciatori, integrate da skill digitali e sostenibili. Commercio e turismo, infine, chiedono lingue, soft skill e dimestichezza con gli strumenti digitali.
| Settore | Profili più cercati | Difficoltà reperimento |
| Meccatronica e robotica | Tecnici Industria 4.0, automation | 55,2% |
| Legno, arredo e design | Falegnami, designer green, nuovi materiali | 55,8% |
| Moda e tessile | Sarti, modellisti, conciatori, tecnici sostenibilità | ~55% |
| Agroalimentare | Esperti tracciabilità, qualità, digitalizzazione | 38,6% |
| Commercio e turismo | Multilingue, digital skills, accoglienza | ~45% |
A dirlo non è un’opinione, sono i dati annuali Excelsior 2025. Le imprese di artigianato e quelle del design Made in Italy condividono lo stesso problema: il manico tecnico, una volta dato per scontato, oggi va cercato col lanternino.
Export Made in Italy: numeri da record, ma serve manodopera
Va detto subito, perché il quadro non sia letto come un fallimento generale: l’export del Made in Italy non è in crisi. Anzi. Le esportazioni italiane nel 2025 hanno raggiunto i 643 miliardi di euro, con una crescita del 3,3% sul 2024 secondo i dati ISTAT, in un contesto europeo dove la media Ue si è fermata al +2,2%. Il surplus commerciale ha toccato 50,7 miliardi. L’agroalimentare ha messo a segno un record assoluto: 72,4 miliardi di euro nel 2025, +5% sull’anno precedente, certificato da analisi Coldiretti su dati ISTAT e confermato dal presidente dell’Agenzia ICE Matteo Zoppas, che ha parlato della “forza strutturale dell’agroalimentare italiano” nonostante dazi e tensioni geopolitiche. La Germania resta il primo mercato (11,2 miliardi), la Francia ha scavalcato gli Stati Uniti salendo a 7,9 miliardi.
Il problema, allora, non è la domanda estera. È la capacità di onorarla. Senza addetti qualificati che sappiano produrre formaggi DOP, vinificare correttamente, lavorare cuoio, assemblare macchinari di precisione, il marchio Italia si svuota dall’interno mentre prospera all’esterno. E qui entrano in gioco loro: gli artigiani.
La crisi silenziosa degli artigiani: 400mila persi in dieci anni
Tra il 2014 e il 2024 l’Italia ha perso quasi 400mila artigiani. La platea è passata da 1,77 milioni a 1,37 milioni: un artigiano su quattro ha chiuso bottega. Solo nell’ultimo anno disponibile (2023-2024) le uscite sono state 72mila, pari al -5%. I dati dell’Ufficio studi CGIA Mestre su base INPS e Infocamere/Movimprese fotografano una geografia inquietante: -28,1% nelle Marche, -26,9% in Umbria, -26,8% in Abruzzo, -26% in Piemonte. Solo il Mezzogiorno tiene meglio, anche per via degli investimenti pubblici PNRR e dell’effetto Superbonus.
Le cause sono multiple e si tengono per mano: invecchiamento della popolazione artigiana, insufficiente ricambio generazionale, peso della burocrazia, costo degli affitti, concorrenza dell’e-commerce e della grande distribuzione. Ma il nodo culturale resta quello: la svalutazione del lavoro manuale che da quattro decenni allontana i giovani da mestieri come l’elettricista, l’idraulico, il fabbro, il falegname. Sono saperi che si imparano in bottega, accanto a un maestro, e che la scuola italiana ha smesso di valorizzare. Le storie dell’artigianato artistico – dalla ceramica di Faenza alla maiolica di Montelupo, dalla pelletteria fiorentina alla gioielleria vicentina – rischiano di restare leggende senza eredi.
Le soluzioni: come tutelare il futuro del Made in Italy
Le soluzioni esistono, e non sono né esoteriche né rivoluzionarie. Vanno solo messe a sistema.
Formazione tecnica e ITS Academy
Unioncamere ha rinnovato per il secondo triennio gli accordi con la Rete ITS Academy e con la Rete Nazionale degli Istituti Agrari (Re.N.Is.A.). Gli Istituti Tecnologici Superiori sono percorsi post-diploma biennali altamente specializzati, fortemente collegati alle imprese, con tassi di occupazione che sfiorano l’80% a un anno dal titolo. Rafforzarli significa creare il ponte mancante tra scuola e fabbrica, soprattutto per meccatronica, agroalimentare e moda. La formazione continua per i lavoratori già occupati è il secondo pilastro: senza aggiornamento, le competenze digitali e green restano sulla carta.
Nuova centralità dei mestieri artigiani
Servono politiche di orientamento scolastico che parlino ai dodici-tredicenni di come si diventa falegname, sarto, ceramista, idraulico, panificatore. Senza romanticismo, ma con dati di reddito reali. Confartigianato denuncia da anni che molti mestieri tradizionali offrono retribuzioni competitive e prospettive solide, mentre l’università genera laureati ad alto rischio di sottoccupazione. Affiancare a questo un sostegno economico alle botteghe nei piccoli centri, come proposto da CGIA, aiuterebbe a mantenere vivo il tessuto produttivo di provincia.
Tracciabilità e filiera come leva di valore
Chi sa che il suo prodotto sarà tracciato, certificato e raccontato investe diversamente nella formazione del personale. Le filiere trasparenti, DOP, IGP, STG, sono quelle che assumono di più e meglio. La cosiddetta filiera corta, oggi al centro delle strategie di reshoring, richiede tecnici qualificati che sappiano gestire la qualità in ogni passaggio. Piattaforme editoriali come ProduttoriTOP, che mettono in connessione produttori d’eccellenza e consumatori informati, contribuiscono a dare visibilità a un sistema che ha bisogno di nuove leve.
Politiche per il ricambio generazionale e l’immigrazione qualificata
Il calo demografico italiano è strutturale: nessuna politica di formazione interna potrà bastare se non si affianca un sistema serio di immigrazione legale e qualificata, in particolare nei settori agroalimentare, edile e turistico. Servono visti rapidi per profili tecnici, programmi di integrazione linguistica e percorsi di certificazione delle competenze acquisite all’estero.
Conclusione
I 900mila posti del Made in Italy entro il 2029 non sono una minaccia, sono un’occasione. Ma per coglierla servono scelte rapide su tre fronti: formazione tecnica, ricambio generazionale, valorizzazione culturale del lavoro manuale. L’Italia ha 643 miliardi di export, una manifattura ancora seconda in Europa e una reputazione internazionale che vale oro. Quello che manca, oggi, sono mani esperte. La filiera del Made in Italy non vive di brand: vive di chi sa fare. E quel sapere, se non si trasmette, si perde.
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Fonti
- Unioncamere – Comunicato stampa “Made in Italy: fino a 900mila posti di lavoro entro il 2029” (6 maggio 2026)
- Sistema Informativo Excelsior – Unioncamere e Ministero del Lavoro, dati annuali 2025
- ISTAT – Statistiche Flash Commercio Estero, anno 2025 (febbraio 2026)
- Agenzia ICE – Dichiarazioni del presidente Matteo Zoppas sull’export Made in Italy 2025
- Coldiretti – Analisi export agroalimentare 2025 su dati ISTAT
- CGIA di Mestre – Ufficio studi: “Artigiani: -400mila in dieci anni”, elaborazione INPS e Infocamere/Movimprese (agosto 2025)
- Confartigianato Imprese – Report sulla difficoltà di reperimento nelle imprese artigiane
- Ministero degli Affari Esteri – Comunicato export italiano 2025
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